«Ehi mami, non ti sei addormentata!» È stato uno dei quattro figli di Anna a constatare con gioia che la mamma, per la prima volta dopo tanti anni, era riuscita a vedere un film fino alla fine. «Prima non c’ero mai riuscita. Non appena mi mettevo a leggere in pace qualche riga o a guardare la televisione, immancabilmente mi addormentavo», ricorda Anna. Il mattino era tremendamente stanca, come se fosse rimasta sveglia per ore durante la notte. Alzarsi per lei era un tormento, stremata com’era dagli affanni notturni. Solo dopo avere fatto una doccia, le cose andavano un po’ meglio. Allora non si era stupita più di tanto di quanto le stava accadendo: oggi, però, conosce la causa di tutta quella stanchezza.

L’apnea da sonno è una malattia subdola. Molte persone colpite ignorano per anni che durante il sonno la loro respirazione può arrestarsi da 50 a parecchie centinaia di volte per notte. Le conseguenze col tempo possono dar luogo a problemi cardiocircolatori, stanchezza diurna, disturbi della concentrazione, forti mal di testa, fino a causare delicati problemi sociali e stati depressivi. Se l’apnea da sonno non viene diagnosticata e curata per tempo, può generare una delle situazioni più pericolose: i colpi di sonno al volante. Il problema è ben noto anche ad Anna: «I lunghi tragitti inauto diventavano sempre più faticosi. Notavo che la stanchezza era spropositata e che dovevo fare incredibili sforzi per non appisolarmi. La maggior parte delle volte aprivo tutto il finestrino per far entrare aria fresca.» Preferiva perciò essere accompagnata da qualcuno ogni volta che si metteva in viaggio. Mai avrebbe pensato di poter essere ammalata e imputava il suo stato di spossatezza al tanto lavoro. In effetti, ad Anna non mancava certo il lavoro: suo figlio Pietro* (23) è disabile e ha bisogno di tutta la sua dedizione. Come mamma diurna si prende inoltre cura di alcuni bambini, lavora per lo Spitex, cerca di dedicare un po’ di tempo al suo hobby preferito, la musica per strumenti a fiato, e dà una mano anche nel negozio brocante del posto. In negozio c’erano anche dei momenti di tranquillità. «Quando non c’erano clienti mi è capitato di addormentarmi sulla sedia.»
Contro la crescente stanchezza neppure un diversivo era d’aiuto e questo causava situazioni particolarmente imbarazzanti per Anna Lombardo: come quella domenica in cui un collega di suo marito venne a colazione e lei si addormentò a tavola. «E questo mentre i due conversavano. Quando poi il collega se ne andò, mi mise un bigliettino sulla tavola con scritto ‹Ciao, alla prossima volta›.» E questo accadde al mattino, poco dopo essersi alzata, e non alla sera dopo una giornata faticosa.
Un ennesimo cedimento alla sonnolenza proprio nella saletta d’attesa del suo medico, da cui si reca regolarmente per il controllo del diabete, fu l’elemento che determinò l’avvio dei controlli per accertare la tipologia dei disturbi. Venne svegliata dal medico che, meravigliato, le chiese se avesse dormito. Anna, punta sul vivo, rispose: «Naturalmente! Non mi faccia attendere così a lungo!» Il medico, però, sospettò che la ragione fosse diversa e che potesse esserci qualcos’altro dietro a questo momento di relax apparentemente innocente e le consigliò di recarsi in un laboratorio del sonno per ulteriori accertamenti. Qui constatarono che la sua respirazione si arrestava ripetutamente di notte.

«Se non si farà curare, aumenterà il suo rischio di ipertensione e di contrarre malattie dell’apparato cardiocircolatorio», l’ammonì il suo medico. Era il 20 ottobre 2008. Anna si ricorda ancora tutto di quella giornata, non perché avesse avuto paura della diagnosi ma perché aveva paura di perdere il suo abituale appuntamento con il campo di musica per giovani. «In linea di massima prendo la mia malattia con spirito. Anche perché con il trattamento mi sento di nuovo molto bene.» Il trattamento consiste nell’indossare una cosiddetta maschera CPAP durante la notte: questa genera una leggera e continua pressione positiva insufflando aria nelle vie respiratorie. Per Anna si tratta di una piccolezza: dopo aver appreso la diagnosi, non ha saputo trattenere un sorriso liberatorio: «In fin dei conti ci sono cose molto più gravi di quella di dovere indossare una maschera di notte. Durante le ore di lavoro presso lo Spitex vedo cose molto più inquietanti. E anche a causa della disabilità di mio figlio Pietro sono certamente più temprata dalle esperienze vissute.»
È grata alla Lega per il sostegno e l’assistenza ricevuti fin dall’inizio. Subito dopo la diagnosi ha potuto ritirare presso gli uffici della Lega polmonare il suo apparecchio CPAP. Anna ricorda con piacere il primo contatto: «Quando ho telefonato per prendere un appuntamento, una signora della Lega mi ha detto molto gentilmente: ‹Passi direttamente qui da noi›.» Fino a quel momento Anna non conosceva la Lega polmonare, che adesso le mette a disposizione l’apparecchio per lei tanto utile. La prima notte con il CPAP, Anna l’ha trascorsa dormendo come non faceva più da molto tempo. «La mattina successiva riuscii, per la prima volta dopo tanto tempo, a salire di nuovo le scale quasi correndo. Mi sono sentita così bene!» Quando, poco dopo, ha avvertito qualche problema a causa della secchezza della mucosa nasale, la Lega polmonare è intervenuta immediatamente risolvendo il problema. Ancora oggi un’assistente è a sua disposizione per rispondere a qualsiasi domanda e richiesta.

Oggi la maschera è considerata alla stregua di una di famiglia, tanto da essersi guadagnata perfino un nome. Si chiama «Vittore». «È mio marito che le ha dato questo nome. Perché Urs e Vittore sono i Santi patroni di Soletta. Mio marito si chiama Urs», racconta ridendo Anna. Adesso sono in tre a condividersi la stanza da letto – senza problemi. L’apparecchio CPAP è silenzioso. Ora suo marito è molto più tranquillo. «La prima notte dopo aver conosciuto la diagnosi, mio marito non è riuscito a dormire, preoccupato per le mie possibili pause respiratorie. Mi appoggiava la mano sullo stomaco, all’altezza del diaframma e per la prima volta ha potuto rendersi conto di quanto capitava. Si era tremendamente spaventato», ricorda Anna. È stato anche per questo che la diagnosi è stata accolta quasi con sollievo. Il problema avrebbe potuto essere molto più grave. Solo più tardi si sono veramente resi conto di ciò che sarebbe potuto succedere – già guidando l’auto. «Ma non ci si può soffermare su questi pensieri, altrimenti si diventa pazzi», afferma Anna sdrammatizzando un po’ la situazione. Il negativismo non appartiene più all’odierno mondo «sveglio» di Anna.
Janine Radlingmayr,
giornalista, Zurigo
* I nomi sono stati cambiati dalla redazione
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